Moena, Soraga, S.Giovanni, Mazzin, Campitello e Canazei: sono i sei comuni della Val di Fassa, un gioiello incastonato tra Marmolada, Sella, Catinaccio e Sassolungo. Un angolo di Trentino che sta per affrontare, come tutte le località turistiche, le restrizioni imposte dalla pandemia da Covid-19. Il panorama della situazione lo traccia Andrea Weiss, direttore dell’APT della Valle, circa mille soci, per 300 alberghi e 19000 posti letto totali, più altri ventimila nelle seconde case e altrettanti in appartamenti d’affitto.

“Per comprendere quello che sta accadendo, e cosa ci aspetta nelle prossime settimane, abbiamo fatto sondaggi sia tra gli operatori sia tra i potenziali ospiti – dice Weiss -, abbiamo scritto  una newsletter ai nostri  iscritti, ci siamo rivolti quindi ad un pubblico “amico”, legato alla Val di Fassa. Il 90 % dei nostri iscritti ha assicurato di voler tornare, sia turisti che proprietari di seconde case:  c’è voglia di tornare alla natura, all’ambiente nella prossima estate”.

Quanti sono questi iscritti alla newsletter?

“Circa 65 mila, certo un pubblico un po’ particolare, affezionato, che ha dimostrato che c’è voglia di tornare a godere dell’ambiente, e noi siamo una meta appetibile da questo punto di vista. Ci rendiamo conto anche dei problemi economici, sociali,  legati ad esempio alla mobilità, non ancora risolta e garantita, ma constatiamo comunque la voglia di raggiungere le nostre zone”. 

Una promessa di ritorno incondizionata o subordinata all’apertura secondo delle regole, a protocolli di sicurezza? 

“Soprattutto c’è voglia di godere dei prati,  della natura , dei boschi, delle passeggiate in primis. Successivamente,  naturalmente, quando andiamo a chiedere che attività verranno a fare, come trascorreranno le loro giornate, rispondono che usufruiranno di impianti a fune solo nel momento in cui saranno garantiti in sicurezza, così come utilizzeranno pullman e mezzi di trasporto pubblici  nel momento in cui ci saranno garanzie per l’incolumità personale”.

Questa può essere l’occasione per inventare  un nuovo turismo? 

“In un contesto di decrescita avremo modo di vedere una stagionalità  estiva diversa rispetto a quella dello scorso anno, una stagione senza turismo di massa, con operatori che si dovranno relazionare diversamente rispetto ai nuovi numeri.  In questi anni ci eravamo connotati come campioni di un turismo affollato, di grandi presenze ma anche grandi disagi per la qualità di vita dei paesi, per il traffico, la mobilità. Situazioni che adesso non troveranno riscontro, se non per il traffico: quasi tutti infatti avvisano che non utilizzeranno più il trasporto pubblico ma i mezzi privati. Rispetto agli investimenti fatti negli ultimi anni, quando s’era investito invece molto proprio per incentivare il trasporto pubblico per ridurre l’impatto del traffico privato, siamo agli antipodi”.  

Sarà un problema?

“È un passo indietro. Si pensi che la Val di Fassa passa da 10 mila abitanti ai 70 mila in  piena stagione. Noi parliamo di  panorami, della bellezza della natura, ma se poi dobbiamo fare i conti con il traffico, magari con auto in coda da Moena a Canazei (circa 20km) quell’immagine viene fortemente messa in discussione. Dovremo rivedere tutto”.

Gli albergatori come percepiscono la situazione? 

Sono in attesa delle regole certe e definitive del gioco. La giunta provinciale dovrebbe licenziare i protocolli dove in qualche modo sono contemplate le modalità per l’ospitalità alberghiera. Dai nostri sondaggi si nota comunque un ribaltamento della richiesta: si sono invertite le percentuali di richiesta di occupazione, che vedevano la preferenza dell’hotel (era al 60%) rispetto all’appartamento”.

Si ritiene l’appartamento una sistemazione più sicura ?

“Certo oggi la sicurezza è la parola chiave della ricettività”.

Riguardo i protocolli presentati da Federalberghi ritiene che adotterete norme diverse o resterete in linea?

“Ci siamo molto vicini e sicuramente il tema della salute dei nostri ospiti è al primo posto. Ma se le regole dovessero essere troppo penalizzanti per gli operatori, si rischia che questi non aprano proprio, se non percepiscono una pur minima prospettiva di far quadrare i conti. Già la prossima estate si sa che è destinata a registrare flussi inferiori al solito: si parla almeno di riuscire a contenere le perdite, mantenendo il feeling con i nostri ospiti tradizionali”. 

Avete previsto l’attivazione di polizze per tutelare gli albergatori da eventuali responsabilità su ipotetici contagi?

“Di questo stiamo parlando, ma ancora non vedo disponibilità dal settore assicurativo. Se il fatto di ammalarsi di Covid mentre si sta lavorando  secondo l’Inail è un infortunio, è ovvio che la preoccupazione degli operatori aumenta. È un fenomeno che investe tutta la società civile italiana: trasferire le responsabilità sui datori di lavoro è un rischio d’impresa gigantesco.  Qui ci sono poche realtà alberghiere strutturate, la maggior parte sono piccole aziende familiari dove tutte le procedure, gli aspetti burocratici sono visti come un fardello, un elemento ostativo. Quindi dobbiamo offrire noi un sostegno: vorremmo essere come una regia sul territorio”. 

Diceva che molti alberghi sono a conduzione familiare ?

“Sì, gli alberghi hanno in media 50/60 posti letto, il classico pullman di una volta: gli ospiti arrivano tutti insieme e insieme sono accolti nello stesso albergo”.

Sono strutture che potrebbero trovare agevolazioni nell’innovazione per il loro marketing, per il proporsi al cliente, per i contatti continui?

“Direi di sì: in questa fase  la relazione di familiarità con il proprio ospite  è un punto di forza. Vuol dire anche ritrovarsi, gestire una relazione che non è solo di servizio ma umana, di conoscenza personale, tutti i valori che la Val di Fassa porta con sé. Sono dimensioni che ci danno la possibilità di un contatto interpersonale che è un valore al di là del livello di servizio reso”.

Gli operatori riescono a fare sistema, magari sfruttando anche l’Apt, riescono a promuovere una strategia comune? 

“Questo è il nostro compito: ci siamo proposti di portare avanti questa idea di comunità turistica di destinazione  e c’è una forte delega non solo come  partecipazione finanziaria ma anche per dare gli  input per portare avanti  indirizzi guida per la connotazione del nostro territorio in questo momento di forte criticità. Ci stiamo incontrando due volte a settimana con gli amministratori per cercare di far emergere questa identità, queste differenze, e aggregarle al marchio Val di Fassa”.

 Avete già pensato a campagne mirate attraverso i nuovi sistemi di comunicazione? 

“Ci stiamo ragionando. Vogliamo orientare i turisti verso la natura, anche perchè c’è l’impressione che questa pandemia in qualche modo sia legata ad una cattiva relazione tra uomo e natura”.

Una natura comunque anche hi-tech? C’è la banda larga in val di Fassa?

“Abbiamo una buona copertura di connettività, che ci ha permesso in queste settimane di poter lavorare da casa. La nostra “macchina” è rimasta accesa: dobbiamo affrontare un passaggio delicato, contenere le perdite e metterci a disposizione. Abbiamo il privilegio di gestire un dominio come le Dolomiti, la nostra farmacia, un  orto botanico. È vero che dietro c’è un aspetto imprenditoriale, economico, il profitto,  ma in questa fase si deve esprimere qualcosa di diverso. Il nostro lavoro è fare ospitalità, e condividere  il nostro territorio e la nostra qualità di vita con chi vorrà scegliere la Val di Fassa per una vacanza di rigenerazione, di recupero”.

Clienti italiani e clienti stranieri: in che percentuale, solitamente?

“In estate registriamo una fortissima percentuale di clientela straniera, circa il 90%, mentre l’inverno, quando lo sci è una motivazione fortissima (Dolomiti Superski è  la più grande organizzazione d’Europa) arriviamo al 50 e 50%: certo, gli ospiti norvegesi, russi, svedesi hanno magari una capacità di spesa media superiore a quella dei nostri connazionali… Adesso dalle case si vedono i cervi a pochi metri, gli animali, la fauna si sono ripresi un po’ i loro spazi; c’è silenzio, siamo tornati indietro di qualche anno nel nostro rapporto con la natura. È un fenomeno che probabilmente avrà un suo peso nella riconversione verso minori numeri ma maggiori livelli qualitativi”.

L’innovazione tecnologica potrebbe servire  agli operatori, anche a quelli  medio piccoli, per portare avanti un’operazione un po più costruttiva di marketing?

“Credo sia una necessità: io stesso non ho grande dimestichezza e passione per la tecnologia, ma diventa un elemento necessario per le aziende che lavorano in campo turistico, per chi deve presentarsi, per chi deve farsi conoscere. In questi mesi di lockdown tanti hanno fatto un passo avanti e certamente saranno più competitivi”.  

Quali sono le problematiche maggiori per tentare di aggregare gli albergatori della valle?

“In realtà c’è un clima di competitività tra le aziende, ma in qualche modo dovrebbe essere ricondotto ad una comune strategia turistica. Bisogna costruire una strategia comune, riconducibile alla forza del brand. Serve un Dolomiti Supersky degli alberghi, mettere insieme un patrimonio comune”.

Cosa può fare la tecnologia per i piccoli albergatori? 

“Facilità dell’informazione e conoscenza, immediatezza degli strumenti. Ma un’eccessiva  dipendenza dalla tecnologia, che richiede le competenze adatte, può essere controproducente”.

Quali sono le esperienze più negative  associate all’utilizzo della tecnologia o all’innovazione in generale?

“Io abito in una casa di tre piani e ad ogni  piano ho un device. La tecnologia è necessaria, dobbiamo  confrontarci e comunicare, e abbiamo mezzi formidabili per questo scopo. Ma dobbiamo gestire la destinazione, gestire la presenza sui social media, mantenere una linea editoriale: quando usciremo da questa esperienza dovremmo anche riposizionare il peso organizzativo delle persone all’interno dell’azienda. Probabilmente dobbiamo ri-orientare un certo numero di persone ad una modalità più legata alla tecnologia”.

Quindi è necessaria la formazione…

“Certo, ne abbiamo sempre fatta, ma una formazione quasi elitaria, di crescita delle competenze delle persone, non sempre in funzione di un obiettivo economico. Abbiamo pensato spesso che se le persone devono avere una maggiore formazione, potevano essere più utili all’azienda , potevano essere più performanti nelle relazioni con i nostri associati, ora dobbiamo capire come orientare questi processi. Dobbiamo migliorare la competenza nella vendita e nella comunicazione”. 

Quando ci si sente parte di una comunità? Può essere utile creare una struttura ad hoc?

“Abbiamo fatto un webinar con 1000 soci che fanno parte della nostra azienda, che compartecipano anche finanziariamente: l’apporto di ingresso è molto relativo, il capitale sociale è 100 euro, poi in base alle categorie vi è un contributo in conto esercizio, per cui gli impianti hanno quote sicuramente diverse da quella del proprietario di un appartamento. Abbiamo creato anche una cooperativa: ogni persona  ha diritto ad un voto. Crediamo che il sistema turistico locale funzioni se tutti i componenti si raccontano, dialogano e danno il loro contributo, altrimenti avremmo fatto una società di capitali.  Un processo sicuramente molto faticoso, ma la tecnologia in questo caso ci ha aiutato: dai  200-250 soci che solitamente vengono ad ascoltare le nostre relazioni in teatro siamo passati a 400 collegati in streaming. Abbiamo la fortuna di rappresentare tutti: nella cooperativa non ci sono solo i soggetti economici che vivono di turismo, ma anche i rappresentanti dei Comuni, della comunità di valle e altri soggetti  istituzionali”. 

Un bell’esempio di pubblico e privato insieme a rappresentazione di un intero territorio.

“Anche se la legge di istituzione  delle Apt in Trentino prevede una maggiore  rappresentanza di diritto  degli  operatori  privati, ​​da quando è stata fatta la privatizzazione delle APT nel 2004, passate da ente funzionale della Provincia a aziende private, è stata data indicazione che per la maggior parte devono essere espressione dell ‘economia privata. Chi siede in rappresentanza dei Comuni o della pubblica amministrazione ha facoltà di esprimere la sua posizione, ma deve confrontarsi con le posizioni delle componenti privatistiche. La maggioranza”.

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